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Punti di non ritorno climatici: uno studio rivela squilibri nella ricerca e lacune sui sistemi a riscaldamento più rapido
Una revisione di oltre 20.000 studi avverte che la comunità scientifica si è concentrata soprattutto sul ghiaccio della Groenlandia e sulla circolazione atlantica, trascurando sistemi altrettanto vulnerabili come il permafrost boreale e il vortice subpolare del Nord Atlantico.
Uno studio pubblicato su PNAS e diffuso il 10 ottobre 2026 mostra che la ricerca climatica si concentra in modo squilibrato sui sistemi più a rischio di far precipitare il pianeta in un nuovo stato. I ricercatori hanno analizzato 20.736 pubblicazioni scientifiche su 14 elementi di non ritorno climatici pubblicate tra il 2000 e il 2025, scoprendo che solo l'8,1% circa dei lavori esaminava in modo esplicito le dinamiche di non ritorno, come l'abruptezza o l'irreversibilità dei cambiamenti.
L'attenzione si è concentrata soprattutto sulla calotta glaciale della Groenlandia e sulla circolazione meridionale atlantica di rovesciamento (AMOC), mentre lo scioglimento repentino del permafrost boreale e il vortice subpolare del Nord Atlantico hanno ricevuto molti meno studi, pur presentando soglie di riscaldamento stimate altrettanto basse: circa 1,5 °C sopra i livelli preindustriali per il permafrost e per la Groenlandia, e circa 1,8 °C per il vortice subpolare.
Gli autori avvertono che le valutazioni del rischio destinate al prossimo rapporto AR7 dell'IPCC e ai negoziati climatici della COP31, che si terranno ad Antalya in novembre, potrebbero sottorappresentare in modo sistematico alcuni dei meccanismi di retroazione più pericolosi e meno compresi del sistema Terra. Lo studio è arrivato pochi giorni prima di una plenaria dell'IPCC ad Addis Abeba, chiamata a decidere la tempistica dell'AR7, il che gli ha garantito un'inusuale rilevanza politica.
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