Plastiche biodegradabili caricate con enzimi si dissolvono negli abissi oceanici nel giro di pochi mesi
Ricercatori dell'Università di Tokyo hanno incorporato enzimi termostabili in plastiche compostabili che fanno loro perdere quasi tutta la massa entro cinque mesi, anche a profondità di 5.500 metri.
Un team guidato da ricercatori dell'Università di Tokyo ha sviluppato plastiche compostabili dotate di un proprio meccanismo di decomposizione integrato: enzimi liofilizzati e termostabili incorporati direttamente nella matrice plastica. Gli scienziati hanno testato quattro polimeri — PBS, PBSA, PCL e PBAT — modellati sia come film sia come microsfere, per imitare i rifiuti marini reali.
Sono stati utilizzati due enzimi: la lipasi B di Candida antarctica e la cutinasi di Humicola insolens, entrambi in grado di resistere alle alte temperature necessarie per fondere e stampare le plastiche senza perdere la propria struttura proteica. Nei test di laboratorio a 757 metri di profondità, tre tipi di polimeri con appena il 3% di cutinasi hanno perso quasi tutta la massa entro cinque mesi, mentre i campioni di controllo privi di enzimi sono rimasti quasi invariati. Il quarto polimero, il PBAT, ha perso poco più del 12% nelle stesse condizioni.
Un aspetto cruciale è che gli enzimi sono rimasti funzionali anche a 5.503 metri di profondità — tra gli ambienti oceanici più profondi — e che, in acque costiere poco profonde, è bastata una concentrazione enzimatica dello 0,1% per accelerare in modo significativo la decomposizione.
I ricercatori avvertono che una maggiore biodegradabilità marina non garantisce di per sé la sostenibilità ambientale, ma il lavoro apre la strada a plastiche monouso in grado di autodigerirsi ovunque finiscano nell'oceano. I risultati sono stati pubblicati nell'ottobre 2026 e potrebbero contribuire ai negoziati internazionali su un trattato globale sulla plastica.
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