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Salute · 30 ottobre 2026 · environment.ec.europa.eu

Uno studio globale rivela che gli «inquinanti eterni» PFAS contaminano in modo diverso i bacini di acqua dolce nei vari continenti

Uno studio su 74 bacini di acqua dolce in cinque continenti ha rilevato che gli «inquinanti eterni» PFAS sono presenti in tutto il mondo, ma con profili di contaminazione molto diversi tra Europa, Asia e Africa, spingendo i ricercatori a chiedere un monitoraggio internazionale urgente.

Uno studio sottoposto a revisione paritaria, pubblicato sulla rivista Water Research, ha analizzato la contaminazione da PFAS in 74 bacini di acqua dolce distribuiti su cinque continenti. Queste sostanze chimiche sintetiche — note come «inquinanti eterni» per la loro persistenza — sono risultate presenti a livello globale, ma secondo tre modelli ben distinti.

L'Europa e la Cina orientale presentano la contaminazione più duratura, dominata da composti PFAS a catena corta legati agli scarichi industriali e alla deposizione atmosferica, con i livelli più alti di bioaccumulo registrati nei tessuti dei pesci. I bacini asiatici hanno registrato le rilevazioni più frequenti nelle acque superficiali, dovute all'attività industriale continua e al dilavamento urbano, con presenza sia di PFOA che di PFOS. In Africa, alcuni bacini hanno mostrato livelli di contaminazione inaspettatamente elevati, nonostante il continente sia gravemente sottorappresentato negli studi di monitoraggio — sono stati inclusi solo cinque bacini africani —, il che fa temere che i rischi di esposizione nei paesi a basso e medio reddito siano sottovalutati.

Gli autori dello studio avvertono che il massiccio passaggio ai PFAS a catena corta, usati come sostituti dei composti a catena lunga ormai soggetti a restrizioni, non rappresenta una soluzione sicura. Sebbene meno propensi al bioaccumulo, i composti a catena corta sono altamente mobili, persistenti e resistenti ai trattamenti convenzionali delle acque.

I ricercatori hanno utilizzato un metodo appositamente creato, denominato flusso di lavoro «DIM», per compensare la frammentazione e la distribuzione geografica disomogenea dei dati che attualmente ostacolano il monitoraggio globale dei PFAS. Hanno chiesto una collaborazione internazionale nell'ambito di un approccio «One Health» — che bilancia la salute umana, animale e degli ecosistemi — per colmare le lacune di monitoraggio e rafforzare la governance dei PFAS a livello mondiale.

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